Il linguaggio della menzogna

di SIMONE RASETTI

PREMESSA. Se ne sono occupati filosofi e storici, sociologi e poeti: di certo la bugia rappresenta un archetipo dell’agire, un compagno di viaggio di ogni uomo (e donna), una debolezza (in alcuni rari casi, una forza) che caratterizza e condiziona molti momenti difficile della vita. In questo capitolo cercheremo di capire le sue regole, il suo linguaggio e l’influenza che ha nella società che produce e lavora. Il tutto con un occhio particolare al mondo della sanità, che non è diverso dagli altri “ecosistemi”, ma che a differenza di quasi tutti proprio perché interseca la persona nei suoi momenti di debolezza e malattia merita un’attenzione particolare e forse anche un “rispetto” maggiore. Questo tema non è facile, le risposte non sono quasi mai scientifiche (anche se molti ci hanno provato), bisogna fare un lavoro intenso costituito soprattutto nella raccolta di indizi che presi singolarmente possono dire poco ma che se uniti in un unico puzzle sono un indice affidabile per misurare la menzogna. E come scriveva Collodi nello splendido Pinocchio “le bugie ragazzo mio, si riconoscono subito: poiché ve ne sono di due specie, quelle con le gambe corte e quelle con il naso lungo”. Questo vale soprattutto ai giorni d’oggi quando sembrano cadere tutti i sistemi di riferimento, compreso quello politico: si tende a non credere più a nessuno e a niente e questa dinamica assume l’effetto palla di neve che più rotola e più si ingrandisce. Alla fine, senza magari nemmeno volerlo, ci troviamo di fronte a una valanga che travolge tutto e tutti.

 

UN PO’ DI FILOSOFIA. Tommaso d’Aquino nel Trecento cercò di darne una definizione, affermando che “è una qualsiasi comunicazione o informazione non vera, indipendentemente dal fatto che chi la trasmette sia consapevole o meno di ingannare”. Secoli prima Platone nella “Repubblica” si era limitato a individuare “coloro che dispongono del privilegio della menzogna” e cioè i “reggitori filosofi, i quali, sapendo discernere tra verità e menzogna, utilizzano quest’ultima come un farmaco, solo per il bene della città”.  Con il Cristianesimo invece Dio non chiede di dire la verità bensì di non rendere falsa testimonianza e quindi di non commettere quell’atto di violenza che è l’inganno. Sulle orme del frate domenicano campione della Scolastica si sono avventurati in molti, compresi Kant e Nietzsche: per il primo “la verità è un dovere incondizionato di fronte a tutta l’umanità, mentre la menzogna è una rovina per l’intera società e per le sue stesse fondamenta”, per il secondo tutto è interpretazione e quindi “le convinzioni sono nemici più pericolosi per la verità delle bugie stesse”.

 

E UN PO’ DI STORIA. In India diecimila anni fa durante gli interrogatori i giudici mettevano in bocca ai sospettati un pugno di riso crudo, se questi riuscivano a masticarlo e quindi a sputarlo umido la persona aveva salva la vita perché si riteneva fosse innocente in quanto chi mente di solito si agita e non secerne saliva. Come si vede un metodo molto approssimativo e per niente scientifico, come d’altra parte lo era allora l’amministrazione della giustizia (spesso anche ai giorni d’oggi), un sistema che però metteva in evidenza un elemento importante e cioè la correlazione fra menzogna e reazione fisica.

Se poi ripercorriamo a grandi passi la storia dell’umanità, questa è costellata di “non verità”: Ulisse mentì per salvarsi la vita, ma anche per il piacere di farlo; nel Medio Evo si pensava che la bugia fosse un attacco alla parola di Dio e i bugiardi venivano bruciati fuori dalle mura delle città poi improvvisamente diventò un’arte attraverso il pensiero di Machiavelli; da quel momento, la linea di confine che divide le menzogne di Pinocchio e le grandi illusioni, si è assottigliata sempre più. Stilare una hit-parade è arbitrario più che impossibile, in quanto ognuno di noi metterebbe quelle che più lo colpiscono e non è detto che siano le stesse. Cosa dire del fatto che Robin Hood non viveva nella Foresta di Sherwood ma nello Yorkshire? Che non fu James Cook a mettere per primo piede in Australia ma 150 anni prima di lui furono due esploratori olandesi a scoprire l’Oceania? Che Nerone non suonava la lira mentre Roma bruciava? Che Isaac Newton non scoprì la gravità quando una mela gli cadde sulla testa ma sarebbe stata una storia inventata dalla nipote e tramandata dal Voltaire? Che Maria Antonietta, ai parigini che si lamentavano di non avere pane, non disse mai “che mangino brioches”, frase che invece fu pronunciata dalla moglie del Re Sole un secolo prima?

 

PREGIUDIZI E LUOGHI COMUNI. Sul tema scivolare nel pressapochismo è facile, soprattutto se ci lasciamo guidare dal pensiero popolare che mai come in questi casi è foriero di errori. Secondo le statistiche sette italiani su dieci crede che chi mente distolga lo sguardo, stessa percentuale reputa un indizio fondamentale essere irrequieti o cambiare spesso posizione, analogo comportamento sarebbe quello di sorridere per l’imbarazzo o fare un discorso più lungo del dovuto. Se è certo che l’88% simula felicità per un regalo di Natale brutto e il 73% mente al partner sulla prestazione sessuale appena compiuta, è più complicato dimostrare il luogo comune che se una persona ha un aspetto gradevole è più facile che venga assolto da un tribunale o che è più facile credere a chi ha lo sguardo infantile (sopracciglia alta, occhi grandi, guance rotonde, fronte larga e mento rotondo).

 

COME, QUANDO E PERCHE’ MENTIAMO. Possiamo individuare due categorie nelle quali sono divise le bugie: quelle egoistiche e di contro quelle altruistiche. Ricorriamo alle prime quando vogliamo scientemente avere un vantaggio ma anche quando abbiamo bisogno di conquistare stima, affetto e rispetto e non riusciamo ad averli onestamente. Le seconde, invece, sono menzogne fatte per tutelare qualcuno (all’amico non dico che sua moglie…) o per far sì che altre persone traggano vantaggio (le raccomandazioni ad esempio). In queste dinamiche la differenza di genere conta, visto che l’uomo mente più spesso per un proprio tornaconto, mentre la donna lo fa con più frequenza per risparmiare sofferenze inutili ad altri.

Un’indagine interessante fatta fra i medici americani ha rilevato che il 55% di loro ha ammesso per compassione di aver descritto la prognosi più favorevole di quella che in realtà era e – forse ancora più grave – ben il 28% ha intenzionalmente o involontariamente rivelato informazioni non autorizzate sulla salute dei pazienti.

Siamo carnefici e vittime al contempo in quanto soggetti e altrettanto spesso oggetto delle non verità. Siamo così un po’ struzzi che nascondiamo la testa sotto la sabbia per narcisismo (ci fanno un finto complimento, ci crediamo), per sottrarci a conseguenze più penose (il padre che non si accorge del figlio drogato) o per sfuggire a situazioni imbarazzanti (se facciamo un regalo ignoriamo i segni della sua delusione).

Se è vero come hanno dimostrato gli studi neurologici che quando mentiamo l’attività cerebrale è molto simile a quando siamo impegnati in difficili calcoli, quali sono le emozioni che provano i bugiardi? Sicuramente l’ansia e la paura ma anche il senso di colpa e l’autocompiacimento: tutti stati d’animo che provocano reazioni nel nostro corpo e che – come vedremo nel prossimo paragrafo – ha inevitabili conseguenze anche nei segnali non verbali che istintivamente emettiamo.

 

I SEGNALI NON VERBALI DELLA MENZOGNA. Abbiamo detto che mentre diciamo una bugia tendiamo ad avere ansia e paura come effettuo della preoccupazione di essere scoperti. E quindi cambia la fisiologia del nostro corpo con l’accelerazione del battito cardiaco e della frequenza del respiro, palpitazioni (battiti irregolari), dolore al petto, mal di testa, secchezza delle fauci o al contrario ipersalivazione, vampate di calore. Se questi sono i sintomi, ancora più evidenti sono le reazioni: boccheggiare (aprire bocca senza parlare), sollevare il petto (mancanza d’aria), schiarirsi lievemente la voce con un colpo di tosse (chi non lo fa ha la voce rauca), tenere le labbra compresse e tese verso l’esterno, mordicchiare il labbro interno, passare la lingua da un lato all’altro della bocca, avere la punta della lingua fuori dalle labbra, difficoltà a deglutire, tic unilaterali (da un solo lato del corpo cioè), tremore delle mani e maldestrezza nell’afferrare gli oggetti.

In mole persone, poi, c’è il piacere della beffa che si manifesta solitamente con un sorriso di autocompiacimento appunto: autentico ma trattenuto, con tensione delle guance, tremolio delle labbra (per nascondere l’espressione). Che è diverso dal sorriso di circostanza (si contrae il muscolo risorio che tira letteralmente gli angoli delle labbra senza variazioni nella regione degli occhi) e dal sorriso di gioia (si aziona il muscolo zigomatico, gli angoli delle labbra si piegano verso l’alto con pieghe orizzontali sotto la palpebra inferiore e spesso associata a zampe di gallina ai lati degli angoli). Non solo il viso, ma anche l’intero corpo manifesta il piacere della beffa e lo fa col parlare in modo concitato (il tono della voce suona più acuto) e a volte con l’atto di stringersi le mani come per congratularsi con se stesso.

Abbiamo già accennato al sovraccarico emotivo, che può portare la persona a rallentare movimenti e linguaggio mentre sta mentendo e questo lo fa sostanzialmente perché deve studiare cosa dire e quindi deve restare sul vago per fornire il minor numero di informazioni possibili. Il bugiardo dunque tenderò a sopprimere i comportamenti che possono farlo sembrare nervoso, portando ad esitazioni verbali (ripetizione della stessa parola “bene, bene”), pause troppo lunghe, articolazione e pronuncia rallentata, errori di sintassi, tempi di reazione lenti anche su domande facili (sì, no). Al contempo la persona tenderà a muovere poco le mani con un ridotto ammiccamento e mobilità dello sguardo. Così se volessimo concentrarci sul fattore tempo nella gestione della risposta, potremmo individuare una “fase di attivazione” durante la quale si ascolta la domanda e la si analizza attentamente. Se si interagisce subito, molto probabilmente siamo di fronte a una azione sincera, di contro se si decide di mentire bisogna costruire un’affermazione credibile e sostenibile attivando le necessarie precauzioni: tutto questo richiede tempo.

Proprio il controllo del comportamento risulterà molto difficile e questo perché si cercherà di inibire le proprie vere emozioni, di bloccare ogni gesto che possa farci apparire colpevoli (tamburellare, tossire, cambiare posizione…) e mostrare un modo di fare che appaia sincero. Bisogna comunque tener conto che – se ci riferiamo al volto – è molto più difficile controllare la parte superiore mentre è più semplice gestire e “manipolare” la bocca e le labbra ad esempio.

 

IL POTERE DEI GESTI. Tre esempi – se vogliamo anche un po’ banali – di incoerenza fra il piano verbale e quello non verbale. 1) Un uomo invita una donna a un giro sulla sua Ferrari, lei rifiuta ma inclina il busto verso l’auto; 2) “Sai che non ci tengo a queste cose…” ma la fidanzata non distoglie lo sguardo dall’anello con diamante; 3) “Non ti giudico” dice la moglie con le braccia incrociate al marito tornato tardi la sera prima. Come si diceva, sono esempi un po’ stereotipati ma dovrebbero introdurre bene il ruolo della comunicazione non verbale e in particolare la forza intrinseca che ha. Gli esperti, così, ci dicono che chi è più freddo è più composto quando mente, chi è più emotivo tende a muoversi in modo sospetto; chi mente non porta quasi mai le mani al volto se non con tocchi rapidi al contrario chi dice la verità muove le mani in modo fluido e con spostamenti ampi. Sulle mani sudate, poi, c’è un’intera letteratura tutta (o quasi) concorda nel sostenere che chi sta dicendo una menzogna (e quindi si concentra troppo) mette sotto sforzo il sistema nervoso simpatico (quello legato allo stress) tanto che la stessa “macchina della verità” ha tra gli indicatori che prende in esame proprio la conducibilità elettrica di palmi e polpastrelli favorita appunto dalla sudorazione.

Si può dire che anche lo sguardo parla o meglio ci “tradisce. Normalmente il battito delle ciglia ha una frequenza di 12 volte al minuto per consentire una buona umidificazione dell’occhio, questa aumenta in situazioni di tensione emotiva o eccitazione (chi mente è in stato di ansia) e di contro rallenta quando una persona è attenta o all’erta: c’è comunque una curiosità legata al fatto che chi si definisce “maschio alfa” tende a sbattere poco le ciglia al contrario delle persone timide e inibite. Non è affatto vero, poi, che distogliere lo sguardo è segno di menzogna, anzi i mentitori sicuri di sé fissano l’interlocutore, certamente questo è probabile quando c’è senso di colpa.

Per onore di cronaca, infine, citiamo le conclusione che traggono i sostenitori della PNL nella “lettura” dei movimenti oculari: immagini costruite (in alto a destra), discorsi immaginati (a destra), sensazioni ed emozioni (in basso a destra), dialogo interiore (in basso a sinistra), frasi ricordate (a sinistra) e immagini ricordate (in alto a sinistra).

 

GLI INDIZI VERBALI DELLA MENZOGNA. Se chi mente spesso alza il tono della voce verso la fine della frase (come se ci fosse un punto interrogativo), chi non crede a quanto sta dicendo lo abbassa (come se il respiro mancasse). Un indizio rivelatore è certamente però l’incongruenza fra la prima parte dell’enunciato e la seconda (anche fra quello che dice e quello che mostra, come abbiamo visto in precedenza) e probabilmente anche l’uso di un tono impersonale come se il nostro inconscio istintivamente prendesse le distanze.

Ora analizziamo il discorso alla ricerca delle “regole” che ci aiutano a comprendere meglio i suoi segreti. L’enunciato nel suo contenuto è probabilmente vero quando: tende ad essere disorganizzato e senza ordine cronologico, è coerente, ci sono molti dettagli (posizione spaziale delle cose, citazione delle persone, molti aspetti sensoriali) anche insoliti e fatti importanti ma irrilevanti per chi parla. Al contrario potrebbe essere falso se: incoerente con molte contraddizioni, difficilmente vengono creati e quindi menzionati degli imprevisti, dettagli superflui (sviare il discorso), pochi riferimenti a sé, abbondanti espressioni negative, una struttura logica e grammaticale semplice.

Passiamo poi a un esempi. “Stavo pulendo la mia pistola, stavo mettendo via la mia pistola, la pistola era scarica, è partito un colpo” dice il sospettato alla polizia. Come si vede, quando deve riferire di aver sparato alla compagna in modo accidentale (bugia) si dissocia dall’arma non usando più l’aggettivo possessivo.

 

IL VOLTO SPECCHIO DI NOI. Scriveva Paul Ekman: “Il viso è capace di mentire e dire la verità e spesso fa entrambe le cose contemporaneamente. Contiene allora due messaggi: ciò che il bugiardo vuol mostrare e ciò che vuole nascondere”. Sì perché la parte più nobile del nostro corpo è controllata da ben 43 muscoli, che sono in grado di generare più di diecimila espressioni diverse. E che hanno aiutato – secondo Darwin – la stessa selezione della specie, in quanto adattandosi all’ambiente servivano agli uomini per comunicare una certa situazione (espressione di paura uguale segnale di pericolo, ad esempio). Un’espressione ci dice tanto: quale emozione sta vivendo un individuo, l’intensità della stessa e se ne prova due o più contemporaneamente.

Si parlava quindi di “indizi”, questi si mostrano in modo completo per pochi secondi, identificabili cioè come delle microespressioni, spesso anche in modo soffocato (parziali) o asimmetrico (diverse o meno intense sulle due metà del volto). Queste vengono notate inconsciamente ma sono fortemente rivelatrici, come lo sono state ad esempio i sette brevissimi sorrisi di George Bush mentre annunciava “dispiaciuto” l’invasione dell’Iraq. Riconoscere queste “sentinelle” dell’inganno non è impossibile: l’asimmetria nel volto, il tempo troppo lungo di alcune emozioni, il sorriso d’imbarazzo o il tremolio del mento come quando Vespa (aquilano d’origine) commentava in diretta il terremoto trattenendo le lacrime ma non il mento appunto che mostrava un evidente movimento (le labbra si comprimevano).

Nel concreto potremmo fare alcuni casi di scuola.

Primo esempio: se notiamo un angolo della bocca che per pochi istanti si contrae verso l’alto, sappiamo che la persona prova disprezzo per noi o per quanto stiamo facendo o dicendo.

Secondo esempio: discrepanza fra la contrazione dei muscoli della fronte (tristezza o paura) e quella dei muscoli oculari (felicità mascherata).

Terzo esempio: una veloce stretta di labbra può rivelare che si sta trattenendo un eccesso di rabbia o di disgusto.

Quarto esempio: un angolo della bocca sollevato impercettibilmente per pochi secondi maschera la soddisfazione per quanto è successo, anche se la persona a parole sta esprimendo il suo profondo dispiacere. Questo piccolo gesto ci dice che in realtà è felice che quella disavventura sia capitata a noi. 

 

LA MENZOGNA NELLA COPPIA. Perché il partner mente? Per tanti motivi, soprattutto per evitare conflitti o tensioni ma anche per una sorta di “reciprocità” o infine per evitare “punizioni”. E le bugie più comuni, secondo un’affidabile (anche scontata) ricerca, riguardano il numero di compagni precedenti (31%), l’aver avuto un orgasmo (26,2%), nel dire al compagno che è stato il migliore di tutti (17,5%), nell’affermare che il sesso con lui o con lei è stato particolarmente soddisfacente (17%) e nel ribadire che lo (o la) la si ama anche quando non è vero (16%). Una cosa è certa: i tradimenti si consumano soprattutto sul posto di lavoro e questo vale per tre uomini su quattro e per il 43% delle donne. La differenza di genere è evidentemente un elemento che non può e non deve essere trascurato visto che – statisticamente – i primi mentono spesso per egoismo (mantenimento di uno spazio personale) o per evitare problemi successivi (le donne hanno memoria lunga) mentre le seconde con maggiore frequenza per altruismo (falsi complimenti) o per compiacere a un uomo (fingere ad esempio un orgasmo).

Si può chiudere il paragrafo con una considerazione legata al mondo degli adolescenti, che alterano – i ragazzi – il loro look per esaltare la prestanza fisica e – le ragazze – per mascherare i loro difetti con il trucco o i tacchi. Anche perché è significativo il fatto che l’86% dei giovani migliora la propria immagine sul profilo Facebook.

 

IL GIOCO. Non sempre è facile scoprire il tradimento, uno dei metodi più semplice e spesso affidabile è quello di “interrogare” il probabile fedifrago facendogli dire in modo analitico le cose fatte durante le due ore incriminate e poi chiedergli di ripetere il tutto in modo cronologicamente inverso: se sarà in grado di farlo, facilmente e senza errori, è bene credere nella sua innocenza (a meno che sia un mentitore “professionista”), al contrario se avrà difficoltà sarebbe meglio cominciare a dubitare di lui (o di lei, ovviamente). Questo perché costruire una menzogna richiedere un significativo sforzo mentale, ripeterla al contrario ancora di più.

Un altro modo è certamente quello legato ai gesti. Vi siete mai chiesti perché a Pinocchio si allunga il naso? Perché da sempre si collega la menzogna a questa parte del viso, all’inizio per intuito ora perché gli studiosi sanno che quando si dice un bugia il corpo va in stress e  scatena le catecolamine che a loro volta provocano prurito alle estremità. Un esempio? Gli americani hanno contato le 26 volte che il presidente Clinton si è grattato il naso in occasione della deposizione sul caso Lewisky: la verità giudiziaria ha dato ragione agli esperti.

E’ un indizio altrettanto rivelatore quello di avvicinare le dita alla bocca o nascondere questo gesto con un altro: prolungare il movimento e toccarsi la fronte, le orecchie o le sopracciglia; accorciarlo guardando l’orologio, accarezzando i gemelli o sistemandosi la cravatta. Di fatto è la forma sincopata di quello che facevamo da molto piccoli quando eravamo coscienti di mentire e istintivamente chiudevamo la bocca mettendo le mani sulle labbra.

 

LA CITAZIONE. Hermann Hesse diceva che “l’uomo si differenzia dal resto della natura soprattutto per una viscida gelatina di menzogna che lo avvolge e lo protegge”, sottolineando di fatto la differenza con gli animali incapaci di mentire. Su quest’ultimo punto lo stesso Aristotele era stato chiaro, sancendo come la menzogna sia appannaggio solo della nostra specie. Recenti analisi hanno però confutato questa tesi: un gruppo di studiosi infatti ha condotto degli esperimenti con delle scimmie nascondendo un tesoro e invitandole a trovarlo, ogni volta che ci riuscivano ottenevano una banana come premio. Però quando si toglie la ricompensa, ecco che anche i nostri “cugini” a quattro zampe si vendicano mentendo indicando intenzionalmente ai ricercatori un diverso luogo.

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