Il golpe contro il Cav

Scelto per voi da SIMONE RASETTI

Fini, attaccando Berlusconi, non era pazzo. Era il beneficiario di una congiura che non ebbe successo. È giusto rassegnarsi dinanzi ai grandi arcani – “Perché esiste l’universo?” – ma è difficile rassegnarsi dinanzi agli interrogativi terra terra, quelli che una spiegazione l’hanno certamente. E infatti l’innamorato deluso smania: “Perché mi ha lasciato senza dire una parola?” Stranamente, questo tormento è stato vissuto da molti riguardo a Gianfranco Fini. Tutti a chiedersi: perché mai        ha caricato Berlusconi a testa bassa, se rischiava soltanto di uscirne scornato? Che cosa pensava di ottenere? Non gli era chiaro che per lui non ci sarebbe stato posto – come poi si è visto – né a destra né a sinistra? E soprattutto: poteva una persona di normale intelligenza – almeno questo gli va riconosciuto – non capire ciò che tutti capivamo? E tutti giù a scrivere cento volte queste domande.

Il tempo è passato, Fini è praticamente scomparso dalla scena e finalmente abbiamo la spiegazione di tutto. Ce la fornisce Amedeo Laboccetta, persona insospettabile, per decenni fedelissimo sodale e braccio destro del longilineo politico. In un’intervista che è essenziale leggere, ci rivela che il suo amico non era pazzo. È vero: odiava Berlusconi con l’odio implacabile che suscita il peso eccessivo della gratitudine – è riuscito a dire: “Non avrò pace fino a quando non vedrò ruzzolare la testa di Berlusconi ai miei piedi” – ma un progetto l’aveva. E non da solo, naturalmente: ché in questo caso ben poco avrebbe potuto fare. Infatti “Il golpe contro Berlusconi non è cominciato nell’estate del 2011 come scrive Friedman. Ma molto prima, nel 2009. E a muovere i fili furono il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quello della Camera Gianfranco Fini, con l’aiuto di settori della magistratura e il “placet” di ambienti internazionali”. E al suo amico ignaro, che si stupiva dell’audacia del suo comportamento, chiariva: “Ma tu credi che io porterei avanti un’operazione del genere se non avessi un accordo forte con Napolitano?”». Il suo implacabile accanimento contro il Cavaliere non era dunque una “critica dall’interno”, o una manifestazione di dissenso e democrazia: serviva ad accreditarsi agli occhi dei congiurati come uno dei nemici più velenosi dell’Uomo da Abbattere. Come tutti noi, e come sempre incapace di concepire l’odio e il tradimento, Berlusconi non capiva. “Ci chiese cosa voleva Gianfranco, ci chiese se si sentiva troppo stretto nel ruolo di presidente della Camera. E arrivò ad offrirgli la segreteria del partito”, ma non ottenne nulla. Fini “Mi disse che non avrebbe mai lasciato la terza carica dello Stato perché da lì poteva ‘tenere per le palle Berlusconi’ ”. E quest’ultimo, sempre candido, tentò ancora, ma ottenne soltanto la conferma della qualità umana del Presidente della Camera. Narra l’intervistato: “Una volta Berlusconi e Gianni Letta si recarono nell’appartamento di Fini alla Camera. Il Cav gli domandò cosa voleva per piantarla. Fini chiese la testa di due ministri, La Russa e Matteoli, e di Gasparri, che era capogruppo al Senato. Berlusconi trasecolò: ‘Ma sono tuoi amici’. E Fini replicò: ‘L’amicizia in politica non è un valore’ “.

La sua intenzione incrollabile era quella di distruggere Berlusconi e di sostituirlo come capo del governo. Programma piuttosto ambizioso, per le forze di cui disponeva, “E infatti – spiega il suo amico – quando lo ‘costrinsi’ a spiegarmi con quali numeri e appoggi voleva farlo, mi confessò che Napolitano era della partita. Usò proprio queste parole. Aggiunse che presto si sarebbero create le condizioni per un ribaltone e che aveva notizie certe che la magistratura avrebbe massacrato il Cavaliere. ‘Varie procure sono al lavoro’, mi svelò, ‘Berlusconi è finito, te ne devi fare una ragione’. E aggiunse che come premio per il killeraggio del premier sarebbe nato un governo di ‘salvezza nazionale’ da lui presieduto con la benedizione del Colle”. Come si vede, un piano molto preciso. “Tu non pensare che io giochi d’azzardo” aggiunse. “Credi che mi muoverei così se non avessi un accordo forte con Napolitano?”. Il lettore giudicherà da sé il comportamento di tutti gli attori di questo dramma, Presidente della Repubblica incluso, se tutti i fatti narrati sono veri. Si arriva così al famoso voto di fiducia di dicembre cui Berlusconi sopravvisse per un paio di voti, e cui invece non sopravvisse Fini. L’esito del piano fu disastroso. Il Tirannicida rimase attaccato come un’ostrica alla sua poltrona di Presidente della Camera ma come un vuoto a perdere. E alla scadenza sparì. Se è triste morire, ancor più triste morire rimanendo vivi. Ma Fini l’ha meritato.

(Fonte http://www.affaritaliani.it, autore Gianni Pardo)

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