Tutti contro al-Qaida?

I recenti attacchi che hanno colpito le postazioni dello Stato Islamico dell’Iraq e di al-Sham (Isis) nel nord della Siria hanno riportato alla luce le profonde divisioni dell’opposizione armata, a pochi giorni dall’inizio dei colloqui di “Ginevra II”. Le operazioni militari contro le roccaforti del movimento qaidista non sono state condotte dalle forze lealiste di Bashar al-Assad, ma da una serie di milizie anti-governative stanche dell’aggressività dimostrata dall’Isis nei confronti dei ribelli non allineati con il movimento di Abu Bakr al-Baghdadi. Quest’ultimo, infatti, dopo aver rotto con Jabhat al-Nusra (Jan) nell’aprile 2013, ha lanciato una campagna nel nord del paese volta a estendere il proprio controllo sul territorio e a porre le basi per la nascita di un emirato islamico. A farne le spese sono state alcune (secondo i detrattori dell’organizzazione, poche) postazioni lealiste, le milizie curde del Pyd e una serie di gang criminali che approfittavano dell’instabilità siriana, ma anche diverse formazioni dell’insurrezione. Queste ultime, infatti, hanno dovuto far fronte a una’azione sempre più aggressiva dell’Isis, che le ha portate negli ultimi mesi ad abbandonare parte dei territori sotto la loro autorità e a subire vere e proprie aggressioni risultate nella cattura e nell’eliminazione dei propri membri.

In tale contesto, la classica goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso sarebbe stata l’uccisione da parte di militanti in “quota Isis” di un leader di Ahrar al-Sham, sul cui cadavere sarebbero state trovate tracce evidenti di torture. L’ennesimo atto di sfida lanciato dai militanti qaidisti contro i loro presunti alleati avrebbe dunque rappresentato il casus belli di uno scontro che, nel giro di pochi giorni, ha portato alla morte di oltre settecento persone (tra civili, militanti qaidisti e loro oppositori) e al ritiro dei guerriglieri di al-Baghdadi da alcune delle loro roccaforti a Idlib, Raqqa e Aleppo.

La realtà appare però ben più complessa. L’offensiva della scorsa settimana, infatti, non può essere considerata semplicemente una reazione spontanea alle prevaricazioni dell’Isis. Il timing prescelto (la battaglia ha avuto luogo mentre lo Stato Islamico era impegnato ad al-Anbar contro l’esercito iracheno), il coordinamento delle forze in campo e l’entità delle formazioni coinvolte fanno pensare a un piano organizzato da attori dotati di una significativa influenza sul territorio. Seppur sia difficile orientarsi tra le oltre mille fazioni siriane, le operazioni anti-Isis avrebbero coinvolto l’esercito dei mujaheddin e il Fronte dei rivoluzionari siriani (in particolare i gruppi guidati da Jamal Maaruf), ma anche alcune formazioni locali legate al Fronte Islamico – una coalizione di impronta salafita che unisce alcuni tra i più importanti movimenti dell’insurrezione e che gode del sostegno di Riyadh.

L’attacco all’Isis sembra inoltre nascondere una sorta di messaggio rivolto tanto alle milizie qaidiste quanto agli attori regionali, ed extra-regionali: i) che lo Stato Islamico non è imbattibile e che la pazienza nei suoi confronti non è infinita; ii) che il fronte anti-Assad non è monopolizzato dall’Isis (e che quindi un’alternativa non qaidista ad Assad esiste) e che chiunque vorrà decidere del futuro della Siria dovrà fare i conti con le forze operanti sul territorio e i loro potenti patroni esterni (Arabia Saudita in primis).

Tutto questo mentre si completa il disfacimento dell’Esercito libero siriano del generale Idris e mentre l’altra grande fazione qaidista operante in Siria, Jabhat al-Nusra, prosegue la propria linea “moderata” (almeno rispetto agli standard degli ex fratelli dell’Isis), invitando i contendenti a risolvere pacificamente la questione e proponendosi come mediatore super partes. Seppur sia presto per parlare dello scoppio di una “insurrezione dentro l’insurrezione”, è evidente come difficilmente si assisterà a una reale e completa riconciliazione. Dopo essere state colte di sorpresa, le forze di al-Baghdadi sono riuscite a riorganizzarsi e a rioccupare molte delle posizioni perdute, mentre il portavoce del movimento denunciava il tradimento subito promettendo lo stesso fato riservato a suo tempo alle milizie irachene sahwa.

Qualunque sarà l’esito dei colloqui di Ginevra, i prossimi mesi saranno cruciali per capire la profondità delle fratture emerse all’interno dell’opposizione siriana e i loro riflessi sul conflitto. In un caso o nell’altro, al momento l’unico ad averci guadagnato pare essere il regime, che ha saputo sfruttare il conflitto interno ai ribelli per recuperare importanti posizioni e proseguire il trend positivo registrato nel corso del 2013.

(Fonte www.Ispionline.it, autore Andrea Plebani)

 

 

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