Cinque domande sul caso marò

Scelto per voi da SIMONE RASETTI

Dopo due anni di battaglie legali, scontri diplomatici, rinvii e rivendicazioni la vicenda dei due marò potrebbe essere a una svolta. Domani la Corte Suprema indiana deciderà sull’ipotesi di accusa formulata dalla procura generale la settimana passata. I due fucilieri di Marina, che sono trattenuti in India a seguito dell’incidente del 15 febbraio 2012 nel quale due pescatori indiani sono rimasti uccisi, potrebbero essere giudicati sulla base del SUA Act, la convenzione internazionale che punisce il terrorismo in mare. Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha prontamente protestato contro quest’opzione, chiedendo un intervento delle Nazioni Unite. Inizialmente refrattario, il segretario generale Ban Ki-Moon ha poi affermato di voler studiare il caso dopo che l’alto rappresentante UE, Catherine Ashton, e il segretario generale NATO, Anders Fogh Rasmussen, si sono schierati a favore dell’Italia sulla vicenda, sottolineando le conseguenze negative che tale accusa potrebbe avere sulla lotta al terrorismo a livello globale. In questi due anni, il caso dei marò, e la crisi diplomatica tra Italia e India che ne è seguita, hanno sollevato molti interrogativi di carattere giuridico e politico a livello internazionale. Abbiamo sottoposto a cinque esperti cinque questioni rilevanti con lo scopo di contribuire a fare chiarezza sulla vicenda.

 

Perché l’India vuole utilizzare la legge anti-terrorismo (Sua Act)? Quali sono le implicazioni?

Gianandrea Gaiani

direttore di AnalisiDifesa

Senza il richiamo alla SUA Act (“Legge per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della navigazione marittima e le strutture fisse sulla piattaforma continentale”) l’India non avrebbe strumenti giuridici solidi per processare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone per fatti accaduti fuori dalle acque territoriali indiane (21 miglia dalla costa). La stessa Corte Suprema tolse il caso alla magistratura del Kerala proprio perché la supposta uccisione di due pescatori da parte dei fucilieri di Marina imbarcati sulla Enrica Lexie si verificò oltre le 12 miglia che delimitano le acque territoriali.

Per sostenere la giurisdizione indiana occorre quindi accusare i due di un reato federale in base alla SUA Act, legge del 2002 con cui l’India persegue atti compiuti nella sua Zona economica esclusiva fino a 200 miglia dalla costa. Questa considerazione non riduce l’illegittimità dell’azione legale indiana né risolve soprattutto la questione del mancato rispetto dell’immunità funzionale dei due fucilieri. Come militari in servizio è lo stato italiano (non Latorre e Girone) a dover rispondere a Delhi dell’operato dei suoi soldati. La rinuncia ad applicare la SUA Act implicherebbe l’ammissione indiana di non avere appigli legali per processare i due militari italiani. Il rilascio di Latorre e Girone non sembra politicamente impraticabile specie ora che il Partito del Congresso è alle prese con una campagna elettorale durissima che vede le opposizioni strumentalizzare la vicenda dei marò.

L’applicazione della SUA Act, benché inaccettabile per Roma in termini di principio anche se “depurata” dall’imputazione di omicidio che prevede la pena capitale, potrebbe però offrire una via d’uscita poiché all’articolo 14 prevede che non siano perseguibili atti compiuti in “buona fede”.

 

Le regole d’ingaggio sono uno dei temi ricorrenti nel dibattito su questa vicenda. Che rilievo hanno per il diritto internazionale?

Giulio Bartolini

professore di diritto internazionale, Università Roma Tre

Circa le regole d’ingaggio difficilmente questo tema potrà avere uno specifico rilievo nell’ambito dell’attuale controversia e, soprattutto, del procedimento penale che potrebbe svolgersi in India. Le regole d’ingaggio definite a suo tempo dal Ministero della Difesa potrebbero invece assumere un ruolo centrale nel caso in cui i fucilieri di Marina vengano sottoposti a un procedimento penale in Italia, da parte della magistratura militare. Stante l’applicazione nei loro confronti del Codice penale militare di pace, occorre tenere in considerazione una serie di modifiche recentemente apportate in materia, che hanno ampliato le esimenti connesse all’impiego delle armi nelle missioni all’estero.

Difatti con la legge n. 197/2009 si era prevista una nuova scriminante per i militari impiegati all’estero, secondo cui «non è punibile il militare che… in conformità alle direttive, alle regole d’ingaggio ovvero agli ordini legittimamente impartiti, fa uso ovvero ordina di fare uso delle armi… per le necessità delle operazioni militari». Questa norma, rispetto alla quale voci critiche si erano levate in dottrina per il notevole ampliamento delle esimenti in materia, non si attagliava però bene, in ragione del riferimento a “operazioni militari”, alle caratteristiche delle attività anti-pirateria. Di conseguenza, con la legge 130/2011, nella quale si forniva il quadro giuridico per l’impiego dei nuclei di protezione armata, se ne è modificato il contenuto. In tale ultimo provvedimento si prevede, infatti, che l’esimente in oggetto varrà in relazione all’uso delle armi se questo impiego era conforme alle direttive, regole d’ingaggio o ordini legittimamente impartiti e, soprattutto, è stato determinato per «la necessità di proteggere il naviglio» commerciale nazionale.

Ove queste condizioni si siano realizzate (e di qui il rilievo centrale della valutazione sulla conformità delle azioni condotte rispetto alle regole d’ingaggio impartite) i militari difficilmente potrebbero essere puniti penalmente. Al contrario, ove essi abbiano ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge, dalle direttive, dalle regole d’ingaggio o dagli ordini legittimamente impartiti si configurerà un delitto colposo come previsto dall’art. 4, comma 1-septies della legge 197/2009.

 

Quanto pesa il processo dei marò sul dibattito politico indiano in vista delle prossime elezioni?

Elisa Giunchi

ISPI Senior Research Fellow, docente di storia e istituzioni dell’Asia, Facoltà di scienze politiche, Università degli Studi di Milano

Il partito del Congresso Nazionale Indiano non si può dimostrare debole poiché si trova impegnato in un’agguerrita campagna elettorale che potrebbe portare alla vittoria il partito della destra indù – il BJP. Quest’ultimo ha ogni interesse a strumentalizzare la questione dei marò per mettere in difficoltà il governo, accusando la presidente del Congresso, Sonia Gandhi, di origini italiane, di favorire l’Italia a scapito del suo paese elettivo. Se il Congresso dovesse vincere le elezioni, si ritroverebbe davanti allo stesso dilemma, ma senza dover affrontare le urne a breve, il che faciliterebbe un ammorbidimento della sua posizione. Il BJP sarebbe presumibilmente più aperto a un compromesso, perché, a elezioni avvenute, l’accusa alla Gandhi di eccessiva italianità sarebbe poco spendibile sul piano politico.

 

Quali gli errori e quali le azioni corrette della politica italiana in questi due anni sul caso Marò?

Antonio Armellini

già ambasciatore in India e Nepal

L’India è sicuramente un paese che riconosce lo stato di diritto, ma rispetta in primo luogo la dinamica dei rapporti di forza tra gli stati. Quindi non bisogna avere paura di aprire un negoziato franco e diretto con l’India né di attivare tutti gli strumenti, compresi i forum internazionali, per arrivare come minimo a un arbitrato internazionale. Ritengo che in questi anni possa essere mancata una corretta percezione della realtà indiana e dei meccanismi di quel paese e il recente ricorso a organismi internazionali sia un’azione corretta, ma forse tardiva.

Il nostro paese ha commesso certo diversi errori nella gestione della vicenda. Quando lessi della missione dell’allora ministro degli Esteri, Giulio Terzi, in India nel febbraio 2012 mi felicitai ritenendo che la risoluzione della vicenda fosse vicina. Generalmente quando un esponente di un governo si mobilita in prima persona significa che ha la sicurezza di chiudere la vicenda e non certo di farsi negare quanto richiesto.

Anche nelle trattative per il ritorno temporaneo dei marò in Italia vi sono state delle pratiche inusuali, come ad esempio la richiesta all’ambasciatore italiano a New Delhi di firmare delle fideiussioni, richiesta alla quale credo nessun altro stato abbia mai dovuto sottostare.

Non ho elementi per giudicare nel merito l’attività dell’inviato speciale De Mistura, in quanto coperta da segreto, ma ciò che posso costatare e apprezzare è la sua costante presenza e interesse.

Alle recenti dichiarazioni dell’Alto Commissario UE, Catherine Ashton, a favore dell’Italia, viste come un successo per la diplomazia del nostro paese, non darei eccessivo peso. Sebbene ritenga genuina la solidarietà dimostrata dall’Europa, mi stupirei se a queste dichiarazioni dovessero seguire azioni concrete altrettanto forti come ad esempio un’interruzione dei rapporti economici tra UE e India.

Infine, mi sentirei di escludere che sulle scelte della politica italiana abbiano influito in maniera determinante eventuali pressioni da parte dell settore produttivo, dal momento che il volume del commercio tra Italia e India è piuttosto modesto rispetto alle sue potenzialità.

 

Quanto può aiutare “internazionalizzare” la crisi e perché l’Italia non vi è ricorsa prima?

Edoardo Greppi

ISPI Associate Senior Research Fellow, professore ordinario di diritto internazionale, Dipartimento di giurisprudenza, Università di Torino

Il punto centrale resta quello di sempre: i due marò sono organi dello stato e, come tali, godono dell’immunità dalla giurisdizione indiana per gli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni, a maggior ragione in quanto il fatto è avvenuto in acque internazionali.

Possibili vie da percorrere:

1) avviare sul serio un procedimento dinanzi alla giustizia italiana, per lanciare un segnale chiaro di voler esercitare davvero la giurisdizione;

2) dichiarare che l’Italia si opporrà – in seno al Consiglio dell’Unione – all’accordo tra India e UE.

Ritengo corretta la decisione del governo italiano di attivarsi per richiedere fermamente un intervento del segretario generale dell’ONU (buoni uffici o mediazione). In alternativa ai mezzi diplomatici, il governo potrebbe adire giurisdizioni internazionali, quali il Tribunale internazionale di diritto del mare. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, l’Italia potrebbe ricorrere a un arbitrato ex Allegato VII per decidere sulla giurisdizione. È, tuttavia, possibile che il tribunale arbitrale non si pronunci sulla questione dell’immunità funzionale (che non rientra nella Convenzione sul diritto del mare). In attesa di una decisione arbitrale, si potrebbero richiedere misure provvisorie, come la consegna dei marò a uno stato terzo.

Infine, sarebbe opportuno che il governo italiano continui le iniziative volte a sottolineare l’improponibilità di un riconoscimento di uno status di più elevato profilo alle Nazioni Unite per uno stato così palesemente inadeguato ad assumere responsabilità mondiali che comportano il rigoroso rispetto di alcuni principi fondamentali(quali l’immunità degli organi di uno stato straniero; l’improponibilità di giurisdizioni speciali antiterrorismo; la capacità di avviare un processo equo in due anni).

(Fonte http://www.ispionline.it)

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