Password addio

Molti di noi scelgono «password», altri una serie di numeri come «123456», altri ancora la propria data di nascita. La password proprio non ci va giù: da sempre gli esperti raccomandano di selezionare una frase sensata e facile da ricordare che contenga maiuscole, minuscole, numeri e segni di interpunzione (geniale il suggerimento di Edward Snowden, «MargaretThatcheris110%SEXY») ma la maggior parte di noi prosegue per la sua strada. I metodi per superare queste chiavi d’accesso sono tanti e l’ultima viene da Google. Non coinvolge alta tecnologia e sistemi avanzati ma un semplice avviso sul cellulare. Ancora in sperimentazione presso una ristretta cerchia di utenti, il nuovo sistema di autenticazione è semplice e diretto. Quando si tenta di effettuare l’accesso, si riceve una notifica sullo smartphone che chiede se siamo noi a voler effettuare l’accesso. Una volta ricevuta risposta affermativa le porte del sito si aprono dandoci pieno accesso. È la fine della password? Ancora non del tutto. Prima di tutto il sistema presuppone che il nostro telefono sia connesso a Internet, cosa spesso impraticabile all’estero. C’è poi l’eventuale batteria scarica del dispositivo mobile e, da ultimo, i ladri. Google rassicura affermando che il dispositivo registrato per l’accesso può esse­re cancellato in qualsiasi momento ma soprattutto ricordandoci che i nostri smartphone hanno una schermata di blocco protetta. Protetta da cosa? Spesso da una password ed ecco che il cane si morde la coda da solo. Vero è che nella vita quotidiana questo «Sign-In Experiment», come lo chiama Google, può risultare comod­o e sicuro ed elimina un passaggio facendoci entrare nei nostri account senza bisogno di ricordare nulla o inventare curiosi esercizi di stile. Aspettiamo solo di vederla diffusa per capire se decreterà quella fine della password su cui Big G è impegnata da tempo.

Nel mentre la ricerca di un’alternativa va avanti e sono tante le aziende impegnate su questo fronte. Yahoo per esempio ha appena presentato Account Key. Il funzionamento è simile a quello di Google e si basa sempre su notifiche vie smartphone. Google stessa poi nel suo Android ha inserito da tempo la «Sequenza di blocco», un sistema di protezione basato sul movimento del dito sullo schermo. In questo caso per sbloccare il cellulare dobbiamo scegliere e poi tracciare con il dito un disegno che colleghi tra loro da quattro a nove punti di una griglia. Funziona, è rapido e molto gradito dagli utenti ma è utilizzabile solo su uno schermo touch. Apple e ora anche altre case come Samsung puntano invece all’impronta. Questo sistema è ancora più rapido ma va da sé che ha bisogno di un lettore d’impronte spesso assente dai computer. Ed è qui che entra in gioco il riconoscimento facciale. Adottato da Android e da Microsoft, utilizza la webcam del computer o la fotocamera di smartphone e tablet per ritrarre il viso degli utenti registrati e consentire l’accesso. I nei in questo caso sono tanti: il sistema è lento, ha bisogno di tanta luce ambientale perché la fotocamera possa captarci a dovere e spesso basta assomigliare a qualcuno per penetrare il sistema.

Più potente ma fastidiosa, è la verifica in due passaggi: prima di tutto dobbiamo inserire la password e poi ci viene chiesto un secondo metodo di autenticazione che spesso è un codice inviato tramite email o sms, generato da un’app o da un generatore casuale di codici. Chiunque acceda online al proprio conto bancario ha provato questo sistema doppio e si sarà accorto del suo neo principale: la lentezza. A noi serve un «Apriti Sesamo» che sia rapido e infallibile (A proposito è proprio questa una delle password più gettonate). Ecco quindi le soluzioni hardware come anelli, collane o più banali chiavette Usb da inserire nel computer ma c’è perfino chi ha pensato a un chip impiantato nel corpo che si connetta ai dispositivi via Bluetooth oppure a una pillola da ingoiare. Entrando in contatto con i succhi gastrici questa si attiva ed emettere un segnale che garantisce l’accesso ai dispositivi compatibili. Va detto che nonostante la necessità di una soluzione e la potenza di fuoco impiegata in questa lotta, ancora un vincitore non c’è. Il sistema di Google sembra un ottimo protagonista di quella morte annunciata da anni che sembra non arrivare mai. Per ora la vecchia sequenza di lettere, numeri e simboli continua imperterrita il suo dominio, con buona pace di Margaret Thatcher e del suo essere sexy.

(Fonte Corriere della Sera)

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