Febbre da Wall Street in Cina

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(Fonte Affaritaliani) – Da che si ricordi Chen Qinye, i cinesi non potevano investire all’estero senza superare le barriere linguistiche e senza infilarsi in un ginepraio di normative. Per il trentenne impiegato di banca le cose sono cambiate questo dicembre, quando ha provato un’applicazione per smartphone di nuova generazione finalizzata a connettere i piccoli investitori cinesi con i mercati degli Stati Uniti.  Dopo una procedura di registrazione di tre minuti e un trasferimento di 500 dollari, era azionista di Yirendai e Noah Holdings, due società cinesi quotate negli Usa. “Non mi sono neanche dovuto recare presso uno sportello bancario”, ha commentato Chen.
Le nuove applicazioni, che di fatto portano in qualche modo le società di brokeraggio statunitensi direttamente sugli smartphone dei cinesi, sono l’ultimo sviluppo di un’ondata di innovazioni a trasformazione dei mercati finanziari del Dragone che ribalteranno il sistema bancario tradizionale. In un contesto in cui la moneta locale si sta svalutando e a casa restano poche opzioni di scelta praticabili, tali applicazioni stanno aprendo alla classe media cinese in cerca di investimenti redditizi la porta ai mercati finanziari americani.
Secondo le stime di Boston Consulting Group, la posta in gioco è un bacino di patrimoni personali investibili destinato a crescere da 110 mila miliardi di yuan a 196 mila miliardi di yuan, ovvero 31 mila miliardi di dollari, per la fine del 2020. “Il nostro target sono i nuovi ricchi, questo gruppo demografico più giovane che ha avuto opzioni limitate e ora si sta spostando online e sta investendo molto più rapidamente rispetto alla generazione precedente”, ha spiegato Barry Freeman, co-fondatore di Jimubox, il servizio nato a dicembre che ha usato Chen per acquistare titoli azionari americani.
Tiger Brokers, una startup di brokeraggio online, in luglio ha aperto una piattaforma simile per consentire ai cinesi di investire in azioni quotate a New York. In parte sostenuta dal colosso Tencent, Futu Securities di Hong Kong offre un servizio simile tramite la propria app Niuniu. “Abbiamo riscontrato un forte incremento di giovani investitori nati dopo il 1985, ma anche dopo il 1990, che hanno una prospettiva di investimento più diversificata e internazionale”, ha reso noto Tiger.
Le startup sperano di cavalcare i trend che hanno contribuito al deflusso di fondi verso l’estero dal sistema finanziario strettamente controllato della Cina. Con il rallentamento della seconda economia del mondo e il deprezzamento dello yuan, stando ai dati della banca centrale nella prima metà del 2015 57,2 miliardi di dollari ha lasciato la Cina a favore di investimenti finanziari a fronte dei 2,5 miliardi di dollari impegnati nei dodici mesi precedenti. In novembre la riserva di valuta estera della Cina è scesa ai minimi in più di due anni, ulteriore segno che i capitali stanno lasciando il Paese.
Il rallentamento del mercato immobiliare e il crollo dei titoli azionari durante l’estate hanno spinto alcuni cinesi a cercare modalità attraverso le quali investire all’estero. Inoltre, lo scorso anno il default di alcuni prodotti di gestione patrimoniale e di obbligazioni societarie ha accentuato la pressione. “Gli investitori cinesi sono attivamente impegnati nella ricerca di alternative alla volatilità dei mercati azionari locali e nutrono serie preoccupazioni circa la valutazione del renminbi”, ha riferito Dong Jun, ceo di Jimubox.
Inoltre, le app si rivolgono ai piccoli investitori anche a causa dei rigidi controlli sui capitali imposti nel Paese, dove vige un tetto annuo di 50 mila dollari sul trasferimento di capitali all’estero, con qualche eccezione per gli investimenti delle imprese e altri casi. Gli sviluppatori delle applicazioni hanno specificato che la responsabilità di conformarsi ai vincoli imposti dal governo ricade sugli utenti e le loro banche.
Prima dell’avvento di questi servizi, gli investitori spesso erano scoraggiati dalle barriere linguistiche e dalle severe norme cinesi. In genere, le banche del Paese richiedono ai clienti almeno un milione di dollari di patrimonio netto prima di aprire un conto di private-banking, spesso un prerequisito per operare all’estero.
Jimubox, come anche i suoi competitor, stanno corteggiando gli investitori che dispongono di una dotazione patrimoniale investibile compresa tra 300 e 700 mila yuan, ovvero tra 46.300 dollari e 108 mila dollari. Per intercettare il nuovo mercato, in larga misura le startup non prevedono una soglia minima di investimento, trattengono commissioni esigue e pongono l’accento sulla rapidità della registrazione. Solo nei primi tre giorni di attività di JimuStock, Jimubox ha aperto 5.000 conti azionari statunitensi, ha raccontato Freeman. Il numero degli investitori seguiti da Tiger è invece cresciuto di 10 volte dall’inaugurazione di luglio. In ottobre MiCai, una startup di Pechino che segue il modello dei consulenti di investimento automatici Usa come Betterment e Wealthfront, ha avviato quello che ha definito come il primo robo-adviser cinese, dando così agli investitori accesso ai mercati globali.
A differenza di Jimubox e Tiger, attraverso i quali i clienti decidono direttamente quale titolo azionario acquistare, i robo-advisor utilizzano degli algoritmi per gestire i portafogli di investitori solitamente passivi basandosi su una valutazione della loro propensione al rischio. MiCai prevede un investimento minimo di 5 mila dollari, ma “stiamo cercando di abbassare la soglia”, ha rivelato il ceo Gregory Van den Bergh. Al momento, i mercati statunitensi rappresentano circa il 70% del portafoglio aggregato dei clienti.
Per questi player resta il rischio che le autorità di regolamentazione ritengano che queste operazioni possano accelerare in maniera consistente il deflusso di capitale. Infatti, si sono rifiutati di esprimere qualche ipotesi sui risultati ma hanno sottolineato l’impegno della banca centrale cinese ad allentare i limiti posti all’investimento all’estero nel quadro del progetto ufficiale di internazionalizzazione dello yuan. “Sul lungo periodo, il valore reale che l’accesso al mercato Usa conferirà agli investitori cinesi consiste nella possibilità di contare su una diversificazione di caratura globale all’interno del proprio portafoglio”, ha spiegato Freeman.
– Scelto per voi da Simone Rasetti –

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