Così muore un animale

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Immagini struggenti, che evocano tele del passato dove è dipinta la pietà e la sacralità della morte. Nelle foto scattate nel Queensland dall’australiano Evan Switzer una femmina di canguro morta viene sollevata e sostenuta dal compagno sotto gli occhi del loro piccolo. Una scena tragica che evoca in tutti noi tristezza e che induce a trasferire su quei canguri la nostra sofferenza.
Ma è così? Intendo: è corretto attribuire un così pieno senso della morte agli animali? Non operiamo forse su di loro un transfer della nostra consapevolezza della morte unitamente all’emotività che essa suscita? Se guardiamo ai canguri, non può sfuggire come nei loro sguardi e nelle loro facce sia difficile cogliere un’espressività. E non è un’opinione, bensì un aspetto preciso della loro biologia e del loro sviluppo. Sono molto ridotti infatti i loro muscoli facciali, quelli che si sviluppano grazie all’atto di suggere il latte materno. Nei canguri il latte defluisce direttamente nella bocca del piccolo nel marsupio grazie alla contrazione del muscolo materno compressor mammae. Di conseguenza la mimica facciale è pressoché inesistente e con essa l’espressività emotiva.
Gli atteggiamenti e le posture di quegli individui nelle foto richiamano indubbiamente il dolore, ma, ancora una volta, forse, li antropomorfizziamo. La morte di quella femmina di canguro produce più verosimilmente sorpresa, sconcerto e anche, forse, tragica curiosità per quel corpo inanimato.
Con questo, come è noto, non è unica la nostra specie ad avere consapevolezza della morte. Gli elefanti, ad esempio, hanno evoluto il senso della morte come perdita e ne mantengono memoria. Molte ricerche lo hanno dimostrato portando alla luce anche loro speciali riti. Una certa consapevolezza della morte sembra essere presente anche nei leoni, ma nei canguri, a oggi, non esiste alcuna evidenza.
(Fonte Corriere della Sera)
Scelto per voi da Simone Rasetti

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