Massacrò fruttivendolo, subito libero

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Il fruttivendolo di Cannaregio fu trovato legato come un capretto. Mani e piedi dietro la schiena, sulla nuca il sangue di una profonda ferita e in bocca lo straccio che lo soffocò. Era la mattina del 22 marzo 2007 e per Giampaolo Granzo sarebbe stata anche l’ultima di una giovane vita piena di responsabilità: 39 anni, una moglie, tre figli. Lo stile era quello di un delitto di mafia e invece era stato il suo ex dipendente, Gheorghe Vacaru, ventunenne moldavo, che aveva agito con qualche complice mai identificato. Il movente? Rapina: speravano in 70-80 mila euro, ne hanno trovati un migliaio e qualche gioiello. Nel 2010 la Corte d’appello di Venezia lo condannò a trent’anni, da lui accettati con spavalderia rinunciando alla Cassazione nonostante la pretesa innocenza. Il motivo? «Così torno prima in Moldavia», sussurrò al suo avvocato. Aveva ragione: nel 2014 Vacaru è stato infatti trasferito in un carcere del suo Paese, grazie alla Convenzione internazionale sugli spostamenti dei condannati, voluta da Strasburgo nel 1983 e recepita in Italia nel 1989. E aveva ragione due volte, dal suo punto di vista: «Gheorghe è libero», fa infatti sapere Mauro Serpico, il suo difensore.
Non si sa ancora sulla base di quale legge moldava Vacaru abbia ottenuto la scarcerazione, dopo appena due anni di galera scontati nel suo Paese e sei in Italia, cioè in netto anticipo rispetto ai trenta della condanna. Non si sa esattamente chi e cosa abbia deciso. Si sa però che il giovane è fuori dal carcere e usa un cellulare. «Stiamo cercando di capirne di più», fanno sapere dalla Procura di Venezia, dove il pm Stefano Ancilotto ha ripreso in mano il caso. Era stato lui a incastrarlo nel 2011: prima individuando il Dna riconducibile all’assassino e poi aspettandolo al varco. Nel frattempo il giovane moldavo era infatti tornato al suo Paese. Alla prima leggerezza, cioè al suo primo ingresso in Italia, scattò l’arresto. «Un incubo infinito, ho il terrore di quest’uomo», sospira la giovane vedova di Granzo, Romina Vianello, che in questi anni ha tentato inutilmente la via del risarcimento del danno subito. «Non sono mai riuscita a sapere in quale carcere fosse e così non ho potuto avere nulla». Lo conferma il suo legale, Stefano Modenese: «Il signor Vacaru non ha versato un euro e noi non siamo neppure in grado di fargli causa perché non abbiamo un indirizzo». Una beffa internazionale.

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