La sfida della Catalogna

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Il governo della Catalogna ha “tutto pronto” per il referendum del primo ottobre sull’indipendenza che il governo di Madrid vuole impedire. E’ quanto ha annunciato ieri il presidente, Carles Puigdemont, parlando alla vigilia del Diada nacional de Catalunya, giorno della festa nazionale della comunità autonoma della Catalogna che vedrà scendere in piazza a Barcellona migliaia di persone. “I catalani possono votare in condizioni di totale normalità, come hanno sempre fatto”, ha assicurato senza dare ulteriori dettagli. Il presidente separatista catalano è quindi determinato a organizzare per il primo ottobre il referendum sull’indipendenza della regione dalla Spagna. “Di fronte a un numero crescente di azioni legali e minacce, ci sono sempre più volontari e municipi impegnati” in Catalogna per questo voto e “una sempre più grande determinazione del governo regionale”, ha aggiunto, parlando il giorno dopo il lancio di un’indagine giudiziaria contro di lui per possibili reati di “disobbedienza”, “prevaricazione” e “appropriazione indebita di fondi pubblici”. Mentre il responsabile dei rapporti internazionali del governo catalano, Raul Romeva, sostiene che il referendum sull’indipendenza, fissato per il primo ottobre, sia un problema che tocca anche l’Ue. La scorsa settimana la Corte costituzionale spagnola ha sospeso la legge del parlamento catalano che indice la consultazione per dare più tempo agli stessi giudici per stabilire se il voto violi o meno la costituzione del Paese. Fitch, che considera improbabile la separazione dello Stato catalano dalla Spagna, la scorsa settimana ha detto che il referendum è un’azione destinata a far aumentare le tensioni. La situazione è senza precedenti e il braccio di ferro tra governo centrale e comunità autonoma è serrato e senza esclusione di colpi. Le istituzioni catalane, dai sindaci ai funzionari, fino alle stesse forze di sicurezza, sono in forte difficoltà: il municipio di Barcellona e di altri sei Comuni catalani di più di 100mila abitanti che complessivamente rappresentano più di un terzo della popolazione, hanno detto no alla richiesta di Puigdemont di mettere a disposizione i locali municipali per celebrare il referendum. Altri 654 Comuni, la maggior parte dei quali di piccole dimensioni, hanno invece deciso di collaborare malgrado il divieto delle autorità di Madrid. “Coloro che parteciperanno a un referendum illegale dovranno accettarne le conseguenze”, ha detto il portavoce del governo di Madrid, Inigo Mendez. “In Catalogna non ci sarà nessun tipo di referendum per l’autodeterminazione”, ha aggiunto la ministra della Difesa, Maria Dolores de Cospedal. La Corte costituzionale ha chiarito che la decisione della massima autorità costituzionale spagnola deve essere rispettata e ha invitato tutti i funzionari dall’astenersi dal promuovere “accordi o attuazione alcuna che permetta” lo svolgimento del referendum. L’appello è rivolto non solo a Piugdemont e alla dirigenza catalana, ma anche a direttori di tv e della radio pubblica catalana, al commissario capo della polizia catalana, Josep Lluis Trapero, assunto agli onori delle cronache dopo l’attentato di agosto sulle Ramblas di Barcellona. Ma le autorità catalane non arretrano di un passo. La Catalogna ha 7,5 milioni di abitanti e rappresenta il 20% del pil spagnolo. Il governo non scarta nessuna opzione giuridica, compreso il ricorso all’articolo 155 della Costituzione, che consentirebbe al primo ministro, Mariano Rajoy, di sospendere l’autonomia catalana e costringere forzosamente la comunità autonoma a rispettare il dettato costituzionale.
– Scelto per voi da Simone Rasetti –
(Fonte MilanoFinanza)

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