Il Pd teme il popolo

di STEFANO BRUNO GALLI
Un candidato semplicemente “straordinario”. Pochi giorni fa a Bergamo, Matteo Renzi ha definito così Giorgio Gori, alludendo alle elezioni regionali del 2018, quando l’orobico borgomastro sarà il competitor di Roberto Maroni. Gori guida il fronte dei sindaci lombardi del Pd schierati per il “sì” al referendum per l’autonomia della Lombardia del 22 ottobre. Ciò non ha tuttavia impedito a Renzi di smentire presto il suo candidato “straordinario”. Alla festa dell’Unità di Roma, ieri, Renzi ha detto che il referendum per l’autonomia “non serve a niente”. Secondo l’ex premier “è solo un sondaggio”. Oggi Renzi torna in Lombardia per sostenere Gori. Andrà a Pavia, il cui sindaco – Massimo Depaoli – è schierato per il “no” al referendum per l’autonomia della Lombardia. È l’unico sindaco di città capoluogo a essere contrario. Insomma, il Pd si conferma un Partito Diviso intorno al tema dell’autonomia. Certo, non stupisce il timore della volontà popolare che ha colto l’ex-premier, a suo tempo disarcionato da Palazzo Chigi proprio da un voto di popolo sull’impresentabile riforma costituzionale dell’anno scorso. Anzi, proprio Renzi aveva trasformato quel referendum in un sondaggio sulla sua popolarità e sognava – lui sì, con buona pace del capogruppo Pd al Pirellone, Enrico Brambilla (“Bergamo post” di oggi) – che fosse un plebiscito in suo favore. Il referendum lombardo del 22 ottobre è qualcosa di molto più semplice e molto più alto. Rappresenta infatti l’estremo tentativo – a costituzione invariata – per ottenere un regime di maggiore autonomia da parte di quelle regioni che dimostrano, conti e performance alla mano, di meritarsela. Un riconoscimento che deve passare da una trattativa con il governo. Ma – a differenza di quelle fallite in precedenza – questa volta al tavolo dei negoziati siederà un nuovo soggetto che, evidentemente, infastidisce i nemici dell’autonomia: la volontà del popolo.

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